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Autore: Isabella Caporaletti

“Se non avessero provocato quella terribile esplosione nucleare, gli umani abitavano la terra di sopra!” esclamò Ilia alzando gli occhi dal vecchio libro di storia.

Tamara la guardò storto da sotto gli occhiali.

“Mio nonno dice che non bisogna leggere le storie proibite. Ci fanno a pezzi il cervello!”

Ilia continuò a leggere a voce alta:

“Il mondo di sopra era divenuto arido e inospitale, l’umanità aveva dovuto prendere una decisione drastica: abbandonare le terre emerse e rifugiarsi in fondo all’oceano. Allo scopo furono costruite centinaia di città sottomarine destinate ad accogliere gli umani sopravvissuti alla distruzione delle risorse del pianeta e allo sfacelo dell’ultima guerra mondiale.”

“Ma non capisci Tamara?” Ilia la prese per un braccio “noi eravamo i padroni del mondo di sopra!!! E’ un ripiego questo! Abbiamo dovuto costruire città sottomarine per sopravvivere! Noi non siamo acquatici!”

Tamara si aggiustò gli occhiali che le erano scivolati sulla punta del naso. “E allora?”

“E allora, ci dicono le bugie! Ora capisco perché questi libri sono proibiti! Però non capisco perché ogni mese passano a prelevare una dozzina di bambini.

Il giorno prima Ilia e Tamara avevano assistito al prelevamento di un gruppetto di bambini che si trovavano per strada. In quel mondo sotterraneo i bambini erano quasi tutti orfani. Erano quelli che erano sopravvissuti al cataclisma della guerra, che aveva messo in ginocchio la razza umana quasi sterminandola. Il pianeta era ormai privo di risorse, era caldissimo e inquinato all’inverosimile ma la guerra e il conseguente utilizzo delle armi nucleari  l’avevano reso invivibile al punto da costringere i pochi sopravvissuti a costruire delle città in fondo all’oceano. Quello che a Ilia però sfuggiva era la ragione per cui venivano prelevati alcuni bambini ogni giorno. Morivano quasi tutti e quelli che tornavano non ricordavano niente di quello che avevano subito ma avevano degli strani segni sul collo.

Le ragazze decisero di indagare ma, per farlo, avrebbero dovuto farsi prendere e la prospettiva non era affatto gradevole, ma se volevano scoprire la verità avrebbero dovuto armarsi di coraggio,  raggiunger il punto di prelievo e farsi prendere insieme agli altri bambini.

Non fu difficile farsi prendere. Arrivavano le squadracce e prelevavano tutti i bambini che trovavano. Furono spinte con brutalità dentro un grosso convoglio che, dopo che fu pieno di bambini, partì ballonzolante verso un luogo sconosciuto. L’enorme cupola che copriva la città sottomarina brillava con le sue lampade incastonate accese giorno e notte. Sì, perché la notte non c’era nella città sottomarina. Dal momento che laggiù non arrivava la luce del sole, e per fortuna perché il sole era diventato assassino, gli scienziati avevano dovuto ideare un sistema di illuminazione permanente e, così, avevano eliminato il buio della notte per poter lavorare sempre e produrre sempre.

Il camion portò i ragazzi in un grande campo di concentramento dove il loro vociare e piangere e gridare, non veniva ascoltato da nessuno. Ilia e Tamara sgattaiolarono subito fuori dal capannone per andare a verificare quello che succedeva. Sembrava che non ci fosse nessuno a parte i bambini ma, a un certo punto, udì delle persone che parlottavano e si arrampicò sul davanzale di una finestra per vedere meglio. La finestra era socchiusa per cui riuscì a vedere e sentire quello che le interessava.

I ragazzi venivano utilizzati per fare degli esperimenti terrificanti. Provavano a fargli crescere le branchie!!!

Ecco perché molti di loro non tornavano neanche! E, quello che era più triste, era che nessuno li avrebbe cercati!

Ilia si rese conto che dovevano fuggire se volevano salvarsi e tornò dagli altri nel capannone che era stato assegnato loro e cominciò a parlare con i bambini.

Parlare in pubblico era una cosa per lei tanto difficile. La sua timidezza e la sua voce flebile le impedivano di fare qualsiasi discorso. E poi c’era anche un altro problema:  per convincere delle persone a ribellarsi bisogna prima di tutto crederci. E lei ci credeva ma come poteva dare speranza nel futuro se il futuro era incerto e comunque sotto il mare illuminato da luce artificiale?

Magari davano più speranza gli scienziati assassini che con la ricerca genetica e gli esperimenti sulla pelle dei ragazzi speravano di modificare il corpo umano rendendolo adatto alla vita acquatica  in modo da poter abbandonare cupola e tutto il resto.

Era davvero un compito difficile.

Cercò di spiegare loro che affrontare il futuro con coraggio non è impossibile. Basta prendere la vita nelle proprie mani e non permettere ad altri di impossessarsene. Quando però si trattò di uscire dal capannone e provare a fuggire, i bambini non si mossero. Lì avevano un pezzo di pane, fuori non avevano niente e la morte per fame era certa. Ce se ne sarebbero fatti della libertà? Avere la libertà e non avere da mangiare è come avere in mano una bella bolla di sapone: fai di tutto per proteggerla e poi puf! Scoppia e tutto quello che hai costruito finisce in un secondo.

Tamara si rese conto che gli occhi che la guardavano erano spenti. Se solo fosse riuscita a riaccenderli. I bambini tutti insieme sarebbero stati una forza, venti ragazzini scalmanati contro un adulto ci mettono un attimo a metterlo k.o.!

Bisognava solo convincerli. Era quella la cosa da fare prima che cominciassero a prelevarli. Poi ebbe un’idea.

Raccontò ai bambini della biblioteca dei libri proibiti. Anche Ilia l’ascoltava con attenzione. In verità l’idea di scovare quei testi era stata sua ma Tamara, anche se era più piccola e meno istruita, riuscì a catturare l’attenzione dei bambini. Raccontò loro di come fosse la terra prima che lo sfruttamento scellerato delle risorse la riducesse in miseria e l’esplosione atomica la riducesse in cenere. Raccontò di aver letto che sulla terra c’era il sole che una volta era salutare finché non distrussero lo strato di ozono a protezione della crosta terrestre e divenne assassino. Le bambine e i  bambini si appassionarono al racconto. Il difficile era farli credere di poter avere un futuro, magari di tornare sulla terra in qualche posto sperduto dove si poteva ancora vivere e ricominciare da zero.

Fu proprio questo, la speranza di tornare sulla terra ferma, a far scoccare la scintilla. I bambini si organizzarono e quando i due adulti che li avevano prelevati tornarono al capannone, in un secondo furono sopraffatti da un centinaio di bambini scalmanati che li legarono come salami. La notizia della ribellione si diffuse a macchia d’olio e i bambini, che erano in numero almeno mille volte superiore agli adulti, riuscirono a mettersi d’accordo e agire come una persona sola. In dieci giorni i bambini e le bambine avevano il governo di quasi tutte le città sotterranee. Ilia e Tamara si guardavano soddisfatte. Avevano ridato un po’ di speranza agli abitanti del mondo sommerso, ora occorreva iniziare a lavorare seriamente e, chissà se avrebbero fatto meglio dei grandi? Non lo sapevano, ma se non ci mettiamo in gioco, come facciamo a saperlo?


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2 Risposte a “La città sotto il mare”

  1. Wow, che bella foto! Dov’è questo ristorante?

  2. è alle Maldive. Si chiama “Ithaa Undersea Restaurant”
    Se volessi prenotare un tavolo, puoi passare in una qualsiasi agenzia di viaggi, oppure provare da qua: http://freshome.com/2009/11/27/world%E2%80%99s-first-ever-undersea-restaurant-ithaa/
    Con i saluti e un po’ di invidia della redazione.

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