
di Simone Gobbi
Spoleto - Nella proposta di Moreno Carlini di dedicare una sala del “nuovo teatro” Giancarlo Menotti alle tante maestranze spoletine che con il Festival dei due Mondi sono cresciute e che il Festival dei due Mondi hanno fatto crescere, non c’è solo una formale prassi di cerimonia da quartieri bassi ma una sostanziale, orgogliosa e salutare rivendicazione identitaria.
In un periodo in cui sembra che l’unico modo per difendersi dalle contraddizioni e dalle ingerenze della globalizzazione sia quello di chiudersi in una difesa sciovinista del proprio territorio a scapito e sulla pelle della figura dello straniero (uno straniero che rischia di diventare anche l’italiano che abita a 50 km dal territorio in questione, una sorta di legge del campanile in via di definizione), ricordare chi a Spoleto è nato e da Spoleto è partito per costruire o illuminare palcoscenici in giro per l’Italia e per il mondo è il modo migliore per dimostrare fattivamente che la cultura è mezzo di incontro e non di chiusura, è luogo di derive e di approdi, è finestra spalancata sul mondo e porta aperta nel mondo.
Insomma è il modo migliore per rivendicare le proprie radici e le competenze acquisite senza dover negare altre identità,è il modo migliore per dimostrare come a Spoleto il Festival non sia stato solo lustrini, pailettes e scie profumate da banchetti di gran gala ma anche e soprattutto fucina di sapere e crogiolo di maestranze. Fucina e crogiolo che con gli occhi dell’oggi, con la riduzione ad economia della cultura, sembrerebbero non essere mai esistite. Ed invece quella scuola di tecnici ed affini, cresciuta sul palcoscenico o nei laboratori tecnici a Spoleto c’è stata eccome, e non si è limitata a Spoleto ma ha toccato nella sua erranza formativa i teatri più noti ed i laboratori più qualificati.
Lo ha fatto sempre e comunque, anche quando la televisione mezzo illusorio che sembra vero ha sbaragliato la concorrenza, anche quando le regole della telecrazia hanno distrutto ministeri e bruciato fondi pubblici, anche quando la Cultura ha iniziato a divenire cultura. Lo ha fatto infine anche quando la remunerazione è divenuta ridicola rispetto alla qualità ed alla quantità di lavoro messa in scena. A dispetto di ogni privatizzazione del sapere, la vecchia scuola spoletina del fare teatro ha continuato a sgobbare senza risparmio, convinta che la soddisfazione la si trova nel gustare la messa in opera e non solo nella ricompensa, nell’arte e non nella pecunia.
Una sorta di schiavismo volontario fatto di artigianalità sapiente e fatica senza limiti in cui alle “madonne” tirate nei momenti critici si alternano le risate collettive aiutate dallo scorrere del vino. Un altro mondo rispetto al vuoto spinto profuso dai pollici a dimensione crescente e dalla tecnologia piatta, un altro mondo rispetto alla serialità da codice a sbarre. Un altro mondo. Il mondo dietro le quinte. Un’umanità difficilmente esprimibile con le parole, un’umanità contagiosa per chiunque come me ha avuto la fortuna di viverla, anche solo indirettamente.
Un’umanità altra che meriterebbe un teatro ma che si accontenterebbe di una sala.
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