Autore: Pietro Biondi

Io mi sento come un imbecille, ammesso che l’imbecille sappia di esserlo. Compro due giornali al giorno (e li leggo), sento tutti i telegiornali (esclusi quelli Mediaset), seguo ininterrottamente RAINEWS, discuto con gli amici, con mia moglie, mia figlia; e guardo la gente per strada, giro parecchio questo paese e vedo le altre città piccole e grandi, conosco il nord, il sud e il centro; seguo tutte le trasmissioni di approfondimento (escluse quelle Mediaset); mi becco tutte le rassegne stampa dalla mattina alla notte…
E la mia sensazione di rimbecillimento aumenta di giorno in giorno, ma non riguarda solo me ma, mi pare, riguarda tutti. Una serie infinita di cialtroni probabilmente anche in malafede ci sta facendo finire nel dannato girone dei rincoglioniti…
E allora sento il bisogno di rimettere un po’ di ordine nella mia mente confusa. Lasciando da parte le parole inglesi, gli alti concetti, i massimi sistemi, le ricette della felicità, vorrei che qualcuno mi spiegasse con argomenti comprensibili e in italiano (per favore!) perché mai un Paese dove non funziona niente in maniera normale e civile, che ha distrutto e continua a distruggere le sue bellezze, che ha perso il fascino del suo passato ma non riesce a modernizzarsi se non esteriormente, che si fa governare da imbarazzanti pagliacci, che accetta come inevitabili la corruzione, la disonestà, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, l’abusivismo sistematico; dove dalle banche agli imprenditori si producono solo storie di cattiva amministrazione e di malaffare, di truffe, di vere e proprie rapine, non si salva nemmeno il Vaticano eccetera eccetera…perché mai un paese così non dovrebbe rischiare il DEFAULT? Chiedo scusa per la parola, ma la uso solo per cercare di farmi capire. E’ colpa della germania? E’ colpa della svezia, dell’olanda, della svizzera, dell’inghilterra?… O siamo noi che abbiamo bisogno di “revisione”?…
Me lo domando e per me la risposta è evidente: da troppo tempo non produciamo più niente (o quasi) di “appetibile” per le società moderne, ci appelliamo solo a un passato che poi ci siamo divertiti a distruggere.
(Salvo piccolissime eccezioni, piccolissime…che non possono bastare a rendere un paese florido e preso seriamente).
Tutto quello che succede da noi, dalle cose grandi alle piccole, è semplicemente da ridere per chi non è italiano. Allora è vero che noi sappiamo solo chiagnere e fottere. Ma è finito il tempo ormai. I furbi non hanno più futuro, non c’è più spazio per loro…anche perché non si sono “resettati” e gli altri sono andati avanti anche nel campo della furbizia. I tedeschi non sono più i CRUCCHI! Noi lo siamo diventati, o ci manca poco.
Eppure non ci vorrebbe molto: un minimo di correttezza, di competenza, di serietà, di decenza, di uso della logica e un po’ di scuola efficiente, voglia di studiare, di lavorare, di inventare, di collaborare…
Potremmo cominciare dalla cosa più semplice, alla portata di tutti: tenere pulite le nostre ex splendide città e riuscire a smaltire almeno la monnezza che produciamo.
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“vorrei che qualcuno mi spiegasse …”
una parola! la risposta che sempre do’ a me stessa è che il Bel Paese è in ostaggio da decenni a una classe politica tra le più corrotte e incompetenti, in tutti i livelli di governo, dall’alto al basso e viceversa … è però anche vero che ogni popolo ha il governo che si merita, evidentemente i disvalori della corruzione (eufemisticamente chiamata furbizia) fanno purtroppo parte del bagaglio culturale italiano. Infatti a questo servirebbero i governi: a correggere, educare, guidare, sanzionare là dove necessario, controllare, garantire ecc. ecc., ma se i governanti sono inetti e furbi allora non c’è proprio speranza, il peggio viene eletto a sistema!
“Default” …
circa due mesi fa un’amica tedesca, docente di antropologia della LMU (l’università di Monaco) mi ha invitato a tenere un discorsetto ai suoi studenti proprio su questi temi (perché è davvero difficile per i tedeschi riuscire a capire ciò che sta succedendo in Italia … non lo capiamo neanche noi!!). Dopo il discorsetto era previsto un dibattito. Vari commenti (nessuno critico, che ci crediate o meno, più che altro comprensivi e solidali) finché una ragazzetta si alza in piedi e dice: “ma forse l’Italia ha proprio bisogno di finire nel baratro per poi rinascere”. Le ho dato pienamente ragione.
“Eppure non ci vorrebbe molto: un minimo di correttezza, di competenza, di serietà, di decenza, di uso della logica e un po’ di scuola efficiente, voglia di studiare, di lavorare, di inventare, di collaborare…”
Scusa Pietro, ci vorrebbe solo una cosa per attuare quel “poco” che auspichi: essere tedeschi! qui sono esattamente corretti, seri, competenti, più che decenti, logici, hanno scuole che funzionano bene, anzi benissimo, hanno voglia di studiare, di lavorare, di inventare, di collaborare … in altre parole sono civili.
Quanto all’esortazione finale sono in totale sintonia. Pochi giorni fa ho finito di scrivere una lunga riflessione. Non so ancora bene che ci farò, forse un blog. Intanto ne copio qui una pagina, sperando che la redazione non la reputi troppo lunga per un commento.
la sindrome della casalinga
rimettiamo tutto a posto
L’ultima volta che ho viaggiato in treno dall’aeroporto di Roma a Spoleto, la decadenza dell’Italia mi è arrivata in faccia come uno schiaffo.
Immaginate che la cornice del finestrino corrisponda a un’inquadratura: i circa 150 chilometri che ho visto scorrere sotto i miei occhi, in due ore e passa di viaggio, equivalgono ai fotogrammi di una pellicola degli orrori. Non esiste più una spanna di terreno lasciata libera dall’incuria. Non c’è soluzione di continuità al brutto. Il catalogo della sporcizia e dell’abbandono si srotola implacabile chilometro dopo chilometro. Case e capannoni convivono alla rinfusa. A questi si intrecciano strade, svincoli, rotatorie, cavalcavia, in un intrico di direzioni che ha perso ogni funzione logica. E poi parcheggi. Supermercati. Giganteschi cartelloni pubblicitari. Lamiere abbandonate. Carcasse d’auto non lontano da striminziti giardinetti con l’erba secca. Rifiuti sparpagliati ovunque. Lattine e bottiglie lungo le scarpate. Sacchetti e filamenti di plastica impigliati tra i rami e le sterpaglie. Pretenziose villette addossate a tettoie in lamiera, addossate a loro volta a vecchi casali lasciati andare in rovina. Scheletri arrugginiti di fabbriche. Poveri orti recintati malamente. Bidoni. Pneumatici. Roulotte scassate. Caotici lavori in corso. Cave. Magazzini. Centri commerciali grandi come paesi. E’ tutto sgradevole. E sullo sfondo altre colline già mezze mangiate dagli scavi dei bulldozer, per altre villette pretenziose, altri centri commerciali, altri capannoni.
Nell’orrida stratificazione partorita in decenni di abusi e assenza di piani urbanistici nazionali, spuntava qua e là qualche solitario mandorlo in fiore, fragile araldo della primavera, sopravvissuto chissà come allo sgretolamento del territorio. Studiando la storia, ho appreso sin da piccola la nozione che l’Italia è stata invasa per secoli dai barbari del Nord, che arrivavano a devastare i nostri bellissimi luoghi. Spiace dirlo, ma il rapporto oggi s’è completamente ribaltato. I barbari siamo noi. La devastazione è prodotta in casa.
L’Umbria non fa eccezione, non facciamoci illusioni. Anche il suo bel paesaggio verde è stato preso d’assalto dagli affaristi del cemento e dall’incuria generale. Agli ingressi di Spoleto, per chi arriva in auto sia da nord che da sud, due targhe segnaletiche la proclamano ancora: città d’arte, cultura, natura. Ecco, dobbiamo ripartire da qui. Affinché l’Italia possa di nuovo recuperare il suo primato mondiale in campo artistico, culturale e paesaggistico dobbiamo innanzitutto rimettere in ordine la casa e renderla presentabile. Perché al momento non siamo più credibili. Dobbiamo rimboccarci le maniche, TUTTI, e lavorare sodo per ridarci innanzi tutto l’aspetto di un Paese civile.
Armiamoci di ramazza. Incoraggiamo alcuni comportamenti e scoraggiamone altri. Sono innumerevoli le forme di incentivazione che possono essere adottate, anche per legge, per premiare, o se necessario punire. La creatività italica non ha che da sbizzarrirsi, in modo da convertire il problema in una risorsa: c’è lavoro per molti, giovani, donne, anziani, disoccupati. Lavoro che può dar diritto a veri e propri compensi, o a crediti di varia natura, sconti, buoni acquisto, vantaggi fiscali, facilitazioni, scambio con altri servizi, premi, ingressi gratuiti ai musei, al cinema, a teatro e quant’altro. Dovrebbe però esserci alla base una volontà nazionale condivisa, magari con una campagna apposita, affinché parta una gara, da Nord a Sud, per far tornare l’Italia il giardino d’Europa e noi Italiani di nuovo orgogliosi di esserlo. E’ possibile.
Il buon senso!
Hai dimenticato il buon senso, è quello che ci vuole innanzitutto.
Subito dopo un po’ di modestia e realismo.
Questi concetti sono sconosciuti nel Belpaese.
Ora…è troppo tardi. Siete stati, complici anche voi stessi, fagocitati da un sistema più grande di voi e ormai non avete più le risorse per farvi fronte.
Fatevene una ragione; vi aspettano anni di lacrime e sangue.
In ogni caso, buona fortuna, per quel che vale.
Come non essere d’accordo con l’autore dell’articolo?
Apprezzabile il tentativo di fare ordine nella testa.
Io ci provo almeno un paio di volte al giorno vicino ai pasti.
Non ci sono ancora riuscito. Continuo a tentare, magari prima o poi ce la farò.
Per il momento cerco di smaltire la monnezza con equilibrio e già un po’ meglio mi sento.
La proposta di cominciare dalle cose più semplici mi trova perfettamente d’accordo. Oltre a smaltirla, la monnezza, andrebbe prodotta di meno e questo aiuterebbe non poco.
Mi riferisco però anche alla “monnezza sonora” che quotidianamente e volontariamente senza soluzione di continuità si diffonde nel centro di Spoleto attraverso altoparlanti lungo le vie principali della città.
Nulla da dire sulla musica riprodotta ma quello che è bello per me non corrisponde a quello che è bello per gli altri e quindi imporre a tutti la stessa musica fa sì che alcuni percepiscano come “monnezza” quello che viene loro proposto.
E se tornassimo al silenzio?
Scrive Schafer nel suo libro “Il Paesaggio sonoro”: “L’uomo moderno, che teme la morte come mai era accaduto in precedenza, evita il silenzio per alimentare la propria credenza fantastica in una vita senza fine. Nella società occidentale il silenzio ha un valore negativo, è un vuoto.
Per l’uomo occidentale, il silenzio equivale ad una interruzione della comunicazione. Se uno non ha nulla da dire sarà l’altro a parlare. Di qui trae origine la loquacità contemporanea, amplificata da ogni genere di cicaleccio sonoro-tecnologico.”
E ancora: ”Il silenzio è probabilmente scomparso dall’occidente all’incirca alla fine del XIII secolo. E’ l’epoca dei grandi mistici cristiani, l’epoca in cui comincia a dissolversi la contemplazione come atteggiamento e come pratica.
Oggi, il moltiplicarsi delle incursioni sonore comincia addirittura a farci smarrire il significato addirittura della parola concentrazione. Recuperare il valore della contemplazione ci insegnerebbe a vedere nel silenzio una condizione positiva e felice in sé, come un grande e magnifico sfondo contro il quale le nostre azioni si stagliano e acquistano forma.
Qualora questo sfondo mancasse, esse non avrebbero più senso e potrebbero anche, in verità, non esistere affatto….”
E’ molto semplice pigiare su stop!
Purtroppo non credo che sia così semplice.
E’ vero, siamo incivili, zozzi e tendenzialmente ladri. Però il problema non è solo italiano. Se i paesi del PIGS falliscono a chi le vendono le auto i tedeschi?
Ci dicono che bisogna tornare a crescere; sì, ma fino a che punto? Per crescere sempre più bisogna consumare sempre di più, e allora tra qualche anno dovrò cambiare un frigorifero alla settimana sennò la Merloni chiude?
Questo modello di sviluppo non funziona più, bisogna che chi ha qualche idea nuova la tiri fuori, non basta più il ritornello del “bisogna tornare a crescere”, del “PIL” e tutte ‘ste scemenze.
c’è in proposito un sito molto interessante (ma non solo questo) del NEF di Londra, dove economisti di primo livello parlano di decrescita ed hanno tantissime idee … peccato che di questo non si parli mai nei TG ufficiali
http://www.neweconomics.org/
Sono d’accordo.
E’ chiaro ma sarà un processo lunghissimo e forse tragico. I cambiamenti purtroppo non avvengono mai senza traumi… Magari!
che dire??? forse parliamo di aria fritta, di finanza che con numeri scritti sui computer detta legge nella vita reale. Caro Biondi vorrei porre io qualche dubbio.
Partendo dal presupposto che non compro più giornali e non vedo i tg (nessuno), ma prendo le notizie in rete, avanzo alcuni dubbi.
- Si parla di debito sul pil. Ultimamente la Francia si sta avvicinando al 100%, la Germania è all’85%, Giappone e Stati Uniti al di sopra di Noi. Come mai le agenzie di rating valutano ancora un paese come la Francia in tripla A??? Ricordo che la Frnacia ha un deficit DOPPIO del nostro. Sarà una mancanza di politica?
- Guardiamo sempre alla Germania.Ricordiamo ai tedeschi che neglia anni 90 hanno sforato per diversi anni le regole dettate dal’Europa….tranquilli è tutto nero su bianco.
- sarà vera la notizia che gira in rete ormai da tempo che la Kreditanstalt für Wiederaufbau stia nascondendo artificiosamente circa 500 miliardi di debito pubblico tedesco?? Andrebbe oltre il 100%
LA butto là….e se fosse tutto terrorismo mediatico per costringerci a vendere i gioielli di famiglia??? Stiamo già iniziando con le dismissioni…
saluti
Potrebbe anche essere, per carità…Ma questo non ci esime comunque dal prendere atto finalmente di quello che siamo e che non è più accettabile, non è più sostenibile, non è più sopportabile. Per noi stessi e per i nostri figli e nipoti, prima di tutto.
Mi pongo, e pongo, una domanda:
ma i partigiani, i padri della Costituzione, Falcone e Borsellino, Adriano Olivetti, Don Tonino Bello, ecc. ecc. erano forse dei marziani o erano italiani?
E’ evidente che fossero italiani, figli della stessa mia terra, membri della stesso mio popolo e allora mi chiedo ancora:
dove sono nascosti oggi, dove abbiamo relegato queste menti pensanti dotate del più semplice e genuino spirito di servizio?
Io sono veramente stufo di essere vittima e ostaggio degli imbecilli! E’ ora di metterli alla porta, ostracizzarli, stigmatizzare i loro comportamenti scorretti e bislacchi e di ridare dignità all’onestà, all’equilibrio, al merito, all’umiltà.
LORO si sa dove stanno: SOTTOTERRA e sono utilizzati solo nelle ipocrite commemorazioni da quelli che FORSE sanno perché. Come i grandi scrittori e pensatori di cui vengono citate frasi famose solo per fare bella figura. Di viventi forse questa società ne produce pochi e quei pochi sono messi facilmente a tacere. Basta non farli andare in televisione. Del resto mi pare che pochi ne sentano veramente la mancanza.
Con certi’ italiani,
quelli che vivono di paure solo per la propria tribù,
quelli che per rendersi simpatici ululano,”me ne frego”,
quelli che per darsi un tono essenziale,
da intellettuale che si rapporta alla crisi semplicemente
abbandonando i cinepanettoni,
con certi italiani,
dicevo
che cazzo ce famo!!!!!!!
Scusa ma non ho capito.
Mi avete fatto venir voglia di inviarvi questo pezzo che ho ricevuto qualche giorno fa.
Decrescita
di Gloria Gelmi | il 13 giugno 2012
Candidarmi sindaco io? E chi mai mi voterebbe, in questo paesino di montagna? Forse qualche ragazzo dei primi del ‘900, se fosse ancora vivo. Ma non i miei compaesani di oggi, che giudicherebbero assai strane le mie idee.
Loro amano scimmiottare i cittadini e sognano una grande stazione sciistica, al posto di questo villaggio di capre. Come nella valle accanto, dove carovane di automobili – ogni fine settimana – portano una folla chiassosa e variopinta. Dove le piste sono persino illuminate con potenti fari, per sciare di notte.
Questi montanari contemporanei corteggiano la città perché la considerano un serbatoio di turisti, cioè un salvadanaio. Ma non vedono che i soldi lasciati quassù restano a pochi, mentre i rifiuti, e i gas dei motori, a tutti noi.
Sembrano non capire che la città dipende dalla montagna. Dalle sorgenti che regalano acqua pura, perché laggiù le falde sono intrise di veleni. Dalle foreste che riabilitano l’aria e impediscono al fango di sommergere la piana.
Chi vive sempre in città, e passa il tempo libero nei centri commerciali, è così abituato al frastuono, alla folla, alla confusione, che finisce per cercarli persino in vacanza. Si aspetta una montagna urbana, perché troverebbe inquietante il silenzio assoluto, i grandi spazi con nessuno attorno.
A me, invece, a mettere paura è quel mare sconfinato di luci, di notte, quando guardo giù verso la pianura. Mi sembra una metastasi in continua espansione; una marea di casermoni, rotatorie, capannoni prefabbricati che risale inarrestabile le valli. Là sotto c’è una moltitudine di persone sole, che si ignorano, si pestano i piedi, si menano per un parcheggio. Quassù, perlomeno, quando ci incontriamo ci salutiamo tutti.
La città è come un bebè: va continuamente nutrito e cambiato. Che succede quando non arrivano i camion col cibo dalla campagna, o quando i rifiuti non vengono portati via? E che accadrà quando il petrolio finirà? Perché finirà, prima o poi: questo è certo come la morte. E alla morte sarebbe saggio prepararsi vivendo…
Allora, s’io fossi il sindaco del mio paesino, per prima cosa farei vestire le case con cappotti e sciarpe, per tenerle al calduccio. Farei proteggere i loro occhi con spesse lenti, e in estate con berretti a visiera. Sarebbe molto più semplice che cercare di surriscaldare il mondo intero. E’ vero che ci stiamo riuscendo bene, e ancora meglio da quando Cinesi e Indiani ci danno una mano. Ma ci vorrà comunque ancora qualche anno. E quindi è come in una stanza freddina: si fa prima a indossare un maglione o a innalzare la temperatura della casa?
Poi, inviterei nelle scuole dei maestri atipici. Che insegnino a coltivare un orto, perché la vita dell’uomo non dipende dallo spread, ma dalle piante. Che mostrino come maneggiare utensili, costruire e riparare oggetti, aggiustare abiti, allevare animali, accendere il fuoco, orientarsi nei boschi. Perché i giovanissimi d’oggi sanno usare bene le mani solo per pigiar tastiere.
Per questo tipo di lezioni, l’ideale sarebbe qualche ragazzo dei primi del ‘900, ma ormai…
Tra i vari figli e nipoti, tuttavia, ci sarà qualcuno che ha ereditato quegli antichi saperi: forse li avrà persino integrati con nuove conoscenze. E allora dovrebbe essere spronato a condividerli, e non solo coi bambini. Perché anche gli adulti, spesso, non brillano per manualità.
In questo modo, inoltre, i miei compaesani risparmierebbero un sacco di soldi. Potrebbero auto-produrre una parte del cibo, e raccogliere gratis quello già disponibile nei prati e nei boschi. Giù nei supermercati si vendono persino castagne e cicoria, che qui si trovano ovunque! Frutta e verdura vi arrivano dopo lunghissimi viaggi, tutta confezionata: vaschette di plastica che durano secoli per contenere qualcosa che marcisce in pochi giorni. Non è un’assurdità?
E ancora, quassù, solo pochi vecchi contadini continuano a usare la falce, ma tutti potrebbero vantaggiosamente riscoprirla. Così eviterebbero, ogni domenica, di fare baccano, appestare l’aria e consumare petrolio con tosaerba e decespugliatori. E non dovrebbero pagare un centro fitness per snellire il girovita. Ci vanno – in automobile – a spingere sbuffando macchine di tortura. Oppure a correre paonazzi su un rullo, senza spostarsi di un metro. A me sembra un modo idiota per bruciare altro petrolio. Non sarebbe meglio tenerlo per fabbricare cose utili, come le lenti a contatto?
Proprio per valorizzare l’esperienza – s’io fossi il sindaco del mio paesello – organizzerei un concorso di bellezza alternativo, in cui vincono i volti più espressivi e i corpi più vissuti. Visi solcati dal sole e dal vento, che narrano di lacrime e risate. Mani nodose, ricamate dalle vene, temprate dal gelo e dal lavoro.
Istituirei, inoltre, un premio per le attività economiche che soddisfano i bisogni della nostra gente, e riescono a stare in piedi anche senza cercare clienti in capo al mondo. Così, anziché svenderci per attirare orde di turisti, ci basterebbero quei pochi che rispettano i luoghi in cui viviamo.
S’io fossi il sindaco del mio villaggio, affiancherei al denaro una valuta locale. Con quattro tagli, di valore crescente: il sorriso, il grazie, lo scusami, il tiperdono. Una moneta particolare, che arricchisce non solo chi la riceve, ma anche chi la dona. E con un’altra caratteristica formidabile: al diffondersi degli spiccioli, compaiono anche i pezzi grossi, e a poco a poco si moltiplicano. Persino il preziosissimo ti perdono – all’inizio molto raro – diventerebbe sempre più comune, con l’aumento degli scusami.
Con una simile valuta, che rende più ricco anche chi la spende, si propagherebbe la disponibilità a regalare, senza attendersi nulla in cambio. Chi riceve qualcosa in dono, tuttavia, si sente obbligato a restituire di più. Perciò la solidarietà si spanderebbe a macchia d’olio: si innescherebbe un circolo virtuoso che porterebbe ognuno a sentirsi in simbiosi con gli altri. Si creerebbe finalmente una vera comunità, invece che un insieme di individui. Come avviene per gli spaghetti: è facile spezzarne uno singolo tra le dita, mo un intero pacchetto no!
Se tutti imparassero a usare le mani, e a scambiarsi saperi, doni, favori, non dovrebbero più comprare metà delle cose. Di conseguenza, potrebbero dedicare al lavoro retribuito solo metà del tempo. I pendolari percorrerebbero metà dei chilometri, e poiché quasi metà dei loro stipendi serve a pagare e mantenere l’auto che hanno comprato per recarsi al lavoro, potrebbero lavorare ancora meno! Quindi avrebbero più tempo da dedicare a ciò che veramente conta: la creatività, il contatto con la natura, il rapporto con le persone che amano. Nessuno si sentirebbe più solo; tutti – pur lavorando meno – sarebbero in effetti più ricchi.
E allora, persino la fine del petrolio non farebbe così paura. Perché, quando avverrà, giù in pianura la grande metropoli collasserà, con le sue usanze insensate e sprecone. Molta gente soccomberà alla miseria, ai conflitti, ai flagelli meteorologici con cui la Terra cercherà di scrollarsi di dosso i suoi molesti ospiti umani. Ma qui in montagna potremo sopravvivere, come per secoli hanno fatto i nostri saggi avi: in equilibrio coi nostri limiti, attingendo con sobrietà alle risorse che la natura ci offre.
Qualche anno fa, quand’ero giovane e idealista, sognavo di lavorare per risolvere i grandi problemi dell’umanità. Per impedirne l’autodistruzione. Poi, crescendo, ho capito che per cambiare il mondo bisogna cominciare da se stessi. E solo allora – a poco a poco – iniziare a contagiare chi è vicino, col proprio esempio.
Forse, perciò, accettare di candidarmi sindaco non sarebbe poi un’idea così balzana. Potrei impegnarmi per far diventare il mio paesino un piccolo modello di società nuova, in grado di resistere al tempo e alle crisi. Un minuscolo grumo di felicità.
« La cena è prontaaa! »
« Oh…stavo sognando. E non ero che a metà del mio programma elettorale… »
« Sì, va bene, ma adesso su, Nonna Gertrude: la minestra si raffredda ».
o venir voglia di inviarvi questo pezzo che ho ricevuto qualche giorno fa.
Bello!Ma questa nonna Gertrude si candiderebbe qui in collina?
Quale collina? Non vedi che sono tutte inesorabilmente ed irreversibilmente bruciate anche senza fuoco?! Mi hanno fatto “freddare” la minestra!
Le teorie sulla decrescita stanno crescendo e, certo, hanno un fascino indiscutibile anche se ancora sono più che minoritarie. Ma ci sono. Io sono senz’altro d’accordo. Però non vorrei che si facesse credere facile l’uscita da questo sistema così pervasivo e diabolicamente attraente. Bastassero il silenzio e il buon senso per rompere il frastuono in cui siamo immersi, sarebbe semplice… Per sovrastare questo casino ci vogliono mezzi sofisticati, almeno come quelli che usano gli imbonitori. Guardate i giovani, la gggente in genere…Come la svegli? Con la cultura. Ma poi vedi che è la gggente stessa che non è interessata. E si parla sempre ai pochi soliti.