lug 082012
Autore: Isabella Caporaletti

Aveva paura di tutto, non certo della sua ombra, come qualche mala lingua. Potrebbe pensare, ma non era certo un tipo coraggioso. No, decisamente. “Esci stasera?” gli chiedeva la sua migliore amica Lalla.
“No, grazie, non mi sento bene e ho paura che mi venga la febbre” rispondeva lui cercando di dissimulare il suo problema.
A volte la paura si trasformava in vero e proprio panico, le sue palpitazioni aumentavano, cominciava a sudare freddo e ad avere un leggero tremore alle mani che lo faceva sembrare un personaggio dei fumetti di Alan Ford.
“Insomma,” lo incalzava Lalla, “si può sapere di cosa hai paura?”
“In verità non lo so!” rispondeva lui e si chiudeva a ancora di più a riccio.
Renato era un ragazzo come tanti altri della sua età, aveva tredici anni e andava a scuola come tutti ma, da un po’ di tempo aveva paura di tutto. I genitori lo portarono da medici e specialisti ma nessuno riuscí a risolvere il suo problema. Alcuni di quei sapientoni arrivarono addirittura a prescrivere dei farmaci che, per paura che facessero male, non prese mai. Faceva finta di ingoiarli e poi li buttava nel vater.
Un giorno, anzi, una notte, quando non c’era in cielo neanche la luna e c’era un buio pesto da fa davvero paura, Renato ebbe un attacco di panico terrificante. Cominciò a tremare come una fogliolina nel vento. Si sentiva prigioniero del suo corpo e aveva voglia di gettarsi nel vuoto. Senso di impotenza, terrore irrazionale, paura e desiderio di morte. Respiro affannoso, panico furioso, lacrime e sangue che era uscito dal braccio dove si era grattato violentemente una puntura di zanzara.
“Che cosa ti succede figlio?” chiedeva la mamma in preda alla disperazione “non ti abbiamo mai fatto mancare niente!”
Renato però non avrebbe saputo dire cosa gli mancasse. Non lo sapeva neanche lui.
Poi un giorno, a furia di guardarsi dentro, capì quale fosse il suo problema. Si sentiva inutile. Tutto qua? Direte voi. Giá, tutto qua. Le persone devono avere uno scopo nella vita, altrimenti si sentono inutili e questo alimenta sentimenti di frustrazione e disagio, e non c’è niente di peggio, per l’umanità, di questa sensazione di angoscia profonda che rende impotenti, oltre che individualisti ed egoisti.
“Insomma, non esisti solo tu! Non ruota tutto intorno a te!” Lo incalzava Lalla cercando di scuoterlo dal malsano torpore ove era piombato a seguito di un’altro dei suoi attacchi tutt’altro che simpatici.
“Non posso uscire! E’ freddo! Mi prenderei un malanno!” Insomma aveva una paura matta di tutto.
Un giorno però successe una cosa strana. Un bambino era rimasto intrappolato sotto una macchina trebbiatrice. Per poco non era stato stritolato. Era indenne ma non si riusciva a tirarlo fuori perché la macchina si a ribaltata sopra di lui e a muoverla sarebbe successo l’irreparabile.
Renato aveva una paura folle delle trebbiatrici. Così grosse e spaventose, rumorose e puzzolenti erano davvero parte di un incubo ma a volte è la realtà a essere più spaventosa dei brutti sogni e Renato avrebbe voluto fuggire davanti a quella scena terribile.
C’era un’apertura molto piccola tra la macchina e il terreno e Renato, che era minuto e di bassa statura, capì subito che se non ci fosse andato lui lì sotto, il bambino sarebbe sicuramente morto prima dell’arrivo dei soccorsi dalla città vicina. E come vincere la paura? Infilarsi con tutto il corpo in un’apertura piccolissima sotto una macchina che poteva schiacciarlo da un momento all’altro, era una cosa così pericolosa che neanche a pensarci. Ma il bambino chiamava la mamma e piangeva disperatamente. Renato non poté resistere e, dopo aver fatto un respiro profondo, si infilò là sotto.
“Hai paura?” chiese al bimbo quando lo raggiunse.
“Voglio la mia mamma!” piagnucolò il piccolo.
Renato riuscì a toccargli una manina. Il piccolo tirò su col naso e smise di piangere.
“Non ho paura, ora che sei arrivato tu! Mi tiri fuori, vero?”
In casi come questo, bisogna far appello a tutto il proprio coraggio.
“Non ho il coraggio, ma se ne trovassi una sola briciola, allora potrei salvare questo bambino!”
Renato cercò il coraggio dentro si sé. Non c’era. Dentro di sé trovò solo paura ma decise comunque di provare. Afferrò saldamente la mano del ragazzino e cominciò a tirare, tirò e tirò fino a quando il bimbo cominciò a strisciare lentamente verso di lui che tirava. A un certo punto la macchina si mosse on uno scricchiolio sinistro e Renato credette di morire di paura. Il cuore gli martellava nel petto e la sua gola sembrava voler scoppiare sotto i colpi delle palpitazioni veloci e potenti. Stranamente l’attacco di panico non arrivò, forse per la troppa adrenalina in circolo. Aspettarono qualche secondo poi, quando il rumore sinistro fu cessato, ricominciarono lentamente a strisciare. Quando Renato riuscì a far uscire le gambe, il bambino cominciò a ringraziarlo per il suo coraggio e lui, ancora spaventato a morte, non poteva credere di essere riuscito a vincere la sua paura ancestrale.
Renato tornò a casa sua, con il ricordo indelebile degli occhi del bambino che lo ringraziavano. “Che buffo, ” pensava, ”affrontare la vita con coraggio, significa affrontare le proprie paure, insomma non bisogna aver paura della paura! E soprattutto, non bisogna avere paura di mettersi in gioco per aiutare gli altri, altrimenti la nostra vita davvero sarà stata un enorme spreco di tempo!”
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