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Autore: L.G.

All’ingresso delle scale mobili molte persone eleganti passano a pochi metri dalla osteria della Ponzianina.

In piazza Campello tante le persone che si avviano all’entrata del concerto finale del 55° Festival di Spoleto. Sul muretto nuovo di pacca i curiosi guardano il via vai.

Le donne barcollano sopra tacchi dall’altezza vertiginosa, puntellate al braccio di un compagno, discese e ciottoli rendono più ardimentosa la sfilata.

Dentro c’è aria di attesa, molti rimangono in piedi, per incontrarsi, chiacchierare e farsi notare, perché no?! In fondo anche questo è un appuntamento mondano, bisogna esserci e farlo vedere.

Un signore con un cappello panama bianco siede nelle prime file, proprio sotto il palco. Una giovanissima con un abitino leggero caffelatte, dello stesso identico colore del barboncino che tiene in braccio, chiacchiera amabilmente. Un quadretto delizioso. Avrà acquistato prima l’abito o il cane?

La signora della fila dietro si lamenta con il marito per il posto, non è abbastanza da vip, mi deve essere sfuggito che probabilmente c’è una tacita classifica, come sulle navi, “prima classe, seconda classe e poi le donne, i bambini…” (Gaber – La Nave).

Una bimba sui quattro anni con il gilet rosso coperto di pallettes gira fra le sedie, capelli ribelli, un cerchietto a domarli ed un ventaglio vezzoso tra le piccole mani.

Entra Tugan Sokhiev, il concerto ha inizio. I suoi movimenti sono secchi, minuti, precisi. La piazza è piena. Un uomo con una vistosa giacca di shantung turchese e farfallino rosso arriva mentre l’Orchestre National du Capitole de Toulouse ha già attaccato le danze Polovesiane di Alexander Borodin.

I carabinieri camminano tra le file di sedie, a due a due.

Intanto la musica prende quota.

Nelle pause del concerto si sentono tubare i piccioni, alcuni prendono il volo e si posano sul rosone del duomo frullando le ali. Chissà che effetto fa volare sulle note del Romeo e Giulietta di Čajkovskij.

Lontana suona la campana di una chiesa.

Piazza del Duomo è un anfiteatro naturale.

Anzi no, è un anfiteatro artificiale, hanno tagliato una collina e poi riempito un terrapieno, ma non facciamoci sentire, oggi sarebbe una follia. Questi sono i tempi in cui non si chiede di costruire meglio, di innalzare opere d’arte ardite e maestose, si chiede di non costruire, o di farlo cercando di passare inosservati, come se si potesse nascondere un ponte, una antenna, una strada, un palazzo.

La mediocrità spesso è l’unico risultato ottenuto.

Se avessero ragionato così i nostri avi ora non avremmo il Ponte delle Torri, Piazza del Duomo e i tanti monumenti meravigliosi che riempiono il mondo.

Intanto la musica va.

I carabinieri si calcano il cappello sulla fronte, tutti e due nello stesso momento, a coppia.

La temperatura è mite, perfetta per un vestito scollato, un po’ meno per giacca e cravatta.

I musicisti, molto vicini gli uni agli altri, segano le corde con gli archetti, soffiano nelle ance.

Fanno il vento, la tempesta e il sole con i loro strumenti. Basta chiudere gli occhi e farsi trasportare.

Tugan Sokhiev in chiusura solletica il pubblico con un’aria della Carmen di Bizet, il pubblico risponde. Lo segue battendo a ritmo le mani.

Oggi è il giorno dello scontro fra titani: il festival spoletino, più antico e raffinato, contro quello perugino, più nuovo e giovane.

Sokhiev contro Sting.

Domani si farà la conta dei vip, dei politici e delle autorità, se ce ne erano più di qua, o più di là e si vedrà chi ha vinto questo braccio di ferro tutto umbro, che ha il sapore del derby.

Intanto “tu a che cena vai?” è la domanda di chiusura festival.

Una folla di giacche e lustrini si dirige verso le varie location prestigiose, i contenitori a Spoleto non mancano, semmai, probabilmente, mancano i catering spoletini competitivi per numeri così importanti. Bisognerà porre rimedio al più presto  (per salvaguardare una parte dell’economia della città), ormai sono anni che a Spoleto si fanno cene di gala numerose.

Così finisce il festival n°55, circa 35 mila spettatori, con un incasso dalla sola biglietteria di oltre 600 mila euro.

Un festival che quest’anno ha parlato molto francese e russo, che ha avuto il pienone nei teatri, ma ancora non è stato capace di riportare la folla in strada, né le botteghe degli artisti nei fondini ( torneranno mai?).

Un festival sempre più snobbato da una televisione ( ma anche Umbria Jazz non è messo meglio) spesso imbastita su palinsesti insulsi (qualche diretta TV sarebbe stata piacevole anche per i telespettatori), snobbato anche un po’ dalla stampa nazionale, quasi mai presente alle conferenze stampa, impantanata nelle vicende di farfalline inguinali, di soubrettine da due lire e di anticicloni dai nomi epici.

Umbria Jazz, edizione 2012, incassa poco meno di un milione di euro ( lo scorso anno 1,2 milioni ) con un cartellone di 180 concerti, l’anno prossimo sarà il quarantesimo e si annuncia battaglia. Le date sono già state decise, sarebbe meglio non fare accavallare gli eventi, perché se di due mondi ce n’è uno, di festival ce ne sono tanti e farsi la concorrenza in casa (scusate il giro di parole) non è proprio il caso.

A bocce quasi ferme il 55 Festival di Spoleto chiude con un segno positivo. Arrivederci all’anno prossimo.

La chiusura del concerto in Piazza Duomo al Festival Spoleto 55

 

 


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