Autore: Daniela De Gregorio

La prima perplessità è stata quella di vedere fra quegli studiosi (uno storico dell’arte, uno storico dell’architettura e un funzionario della Sovrintendenza di Perugia), anche l’avvocato Morcella, difensore del geometra Valentini.
Insolito parterre, mi sono detta. Non sarà che più che una disamina da “studiosi” sul problema dei centri storici, si tratterà di ascoltare una “difesa”?
Poi mi sono chiesta: ma è possibile che studiosi avvezzi a spingere il pensiero liberamente nella direzione della conoscenza, prestino qui la loro erudizione a qualcosa che si può interpretare come giustificazione di un singolo caso di edilizia? E uno così controverso, giudiziariamente non ancora definito e che riguarda l’edilizia privata?
Durante tutta la conferenza, il mio sconcerto non è mai venuto meno, perché quell’ambiguità fra studiosi convocati per disquisire su un problema culturale e un avvocato presente per difendere il suo cliente, non si è chiarita.
La mia stessa perplessità l’ha avuta Alfonso Marchese quando ha chiesto all’avv. Morcella che ci faceva lui fra quegli accademici. Domanda giusta. Che poteva essere anche ribaltata: che ci facevano quegli accademici al fianco dell’avvocato di Valentini?
Il mio sconcerto è cresciuto quando, prima di un mio intervento, l’avvocato Morcella, mi ha invitata a mantenere “alto” il livello di quello che avrei detto. Alto come quello degli accademici intervenuti.
“Dio mio!” mi sono detta. “Quanto lo dovrò fare “alto” ’sto intervento per soddisfare l’avvocato Morcella?” E che vedeva in me, l’avvocato Morcella, da fargli temere che avrei fatto scendere il dibattito dalle nuvole che gli accademici avevano fatto salire così bianche e rarefatte intorno a quei due palazzoni durante quella conferenza?
La natura di quel raduno, dunque, continuava a non essere chiara: cultural-accademica o difensiva ad personam?
Non si è chiarita nemmeno quando Marina Antonini ha riportato il problema al caso specifico facendo una domanda chiave: gli architetti che lo hanno progettato, non potevano armonizzare le misure di quei due palazzoni con il resto del paesaggio? Insomma, non si poteva farli di minor volumetria e, quindi, meno impattanti?
Nessuno le ha riposto.
Ha preso invece la parola l’architetto Mastroforti per confessare a tutti i convenuti quanto abbia sofferto per essere stato coinvolto nella vicenda giudiziaria di quelle costruzioni di cui non aveva colpa.
Di chi, allora, la colpa? Ma è ovvio, del Comune è la colpa. E lì c’era anche l’ex sindaco Brunini, presente a (quasi) tutto di questi tempi. Quindi chiediamo a lui .
“Mia la colpa?” lui replica. “Ma nemmeno per sogno. Dell’ex sindaco Sandro Laureti è la colpa.”
Insomma, la discussione alta e dotta tornava a cadere nella difesa a volte piagnona e molto da scaricabarile, di quelli che hanno avuto a che fare con quei due palazzoni.
Nessuno di loro sembrava voler restare con il cerino in mano.
A quel punto la mia perplessità, poi diventata sconcerto, si è voltata ad irritazione. Perché mi sembrava di aver capito che l’apparato accademico lì schierato, aveva un intento quasi intimidatorio. Quello, cioè, di far entrare nella “capoccia” di noi spoletini un po’ contadinotti, che abbiamo protestato per quei due palazzoni costruiti in quel punto, che trattasi invece della migliore “Architettura Moderna” (tutto maiuscolo ovviamente) che “dialoga” (che bella parola!) con quella antica. E che le città antiche, quindi anche Spoleto, “devono” aprirsi al moderno.
Mi sono detta: ma come mai i “dotti” non ci aiutano ad individuare anche il confine che i centri storici non possono superare senza che si cominci a parlare di cementificazione selvaggia?
Quando è, insomma, che i centri storici vengono messi in pericolo nella loro configurazione? Parliamo del centro storico di Spoleto, eh! Piccolo, piccolissimo. Non di Londra o New York che hanno altre necessità.
Nessuna riflessione su questo punto.
Poi ho ascoltato l’architetto Macchia, dirci, non so se provocatoriamente o con un pizzico di autenticità, che vorrebbe non proteste, ma una via intitolata a suo nome. E ancora l’ho sentito chiedersi come mai gli spoletini non capiscono l’architettura moderna (quando chiamarla edilizia?).
Siccome gli spoletini hanno protestato numerosissimi e a più riprese contro varie costruzioni (9 Giugno 2007 contro i palazzoni della Posterna – progetto Zanmatti e anche Macchia; il 15 Febbraio 2004 contro lo Svincolo Sud – progetto Macchia; un “brindisi al mostro” con merendina e vino sotto le scale mobili di Via Ponzianina – progetto Macchia) mi sono chiesta se non capiscono l’Architettura Moderna , perché la città è piena di costruzioni ed interventi di arredo urbano dell’architetto Macchia.
La posizione del professor Bruno Toscano, vivadio, mi è stata subito chiara. Non l’avevo capita, anni fa quando apparve la sua firma in calce alla protesta contro lo “Svincolo Sud”. Avevo visto quella firma ed avevo sentito il racconto di chi l’aveva raccolta e confermata. Poi però cominciarono a circolare voci date per “sicure” perché a lui molto vicine, che negavano il professore avesse mai messo quella firma. L’equivoco non fu mai chiarito. Ed io continuai a chiedermi: ma era contro o a favore di quel progetto così impattante sul paesaggio?
Questa volta, invece, non c’è da equivocare: ha definito una posizione “idiota e schizofrenica” (se mai, allora, sarebbe meglio definirla “maniaca”) quella di chi protesta contro un’unica costruzione, quando invece bisogna guardare all’insieme (mah! Non sono le singole cose che fanno l’insieme?) E che ce ne sono tante “altre” cose contro cui sarebbe più giusto protestare. L’arredo urbano, per dirne una. La pavimentazione del centro, per dirne un’altra. O il paesaggio che in Italia (e suppongo Toscano intenda anche a Spoleto) viene messo costantemente in pericolo e divorato (in effetti, l’equivalente di otto campi di calcio spariscono ogni giorno).
Insomma, la posizione del professor Toscano è quella del “benaltrismo”.
Perché puntare su questo edificio, quando c’è “ben altro” di cui parlare?
La posizione giusta per ingoiare tutto, perché c’è sempre qualcosa di altro e di peggio.
Il fatto è che le 600 (secondo i dati della polizia) persone che il 9 Giugno 2007 parteciparono alla marcia di protesta contro i due palazzoni della Posterna, lo fecero perché quelle due costruzioni compromettevano il paesaggio spoletino. Come era in ballo il paesaggio spoletino quando altre 500 persone dimostrarono contro il progetto dello “Svincolo Sud” il 15 Febbraio 2004, partendo dalla chiesa di S. Pietro di fronte alla quale lo svincolo sarebbe passato.
Di paesaggio si è sempre trattato in quelle proteste.
E allora, se il problema “vero” per il professor Toscano è la difesa del paesaggio e non una “idiota e schizofrenica” voglia si scagliarsi contro una singola costruzione, perché non lo abbiamo visto partecipare a quelle proteste? O scrivere qualcosa contro? O magari a favore.
Ma chiaramente, però.
Adesso i due palazzoni sono lì. La magistratura deve ancora decidere. Un giudizio è stato colpevolista, l’altro assolutorio. Aspettiamo il terzo e definitivo.
Il fatto è che, anche se resteranno lì ad aeternum per dimostrare le meravigliose sorti e progressive di Spoleto, non si potrà dire che non ci piacciono? E se lo diremo, spunterà fuori un qualche dotto che ci accuserà di idiozia e schizofrenia e di non capire l’Architettura Moderna?
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Grandissima Daniela De Gregorio. Ha espresso nella migliore delle maniere il pensiero di tutti i partecipanti alla manifestazione contro l’ecomostro della Posterna e dei molti altri, Spoletini e non, che rimangono costernati ogni volta che passano davanti a quell’obbrobrio e ai molti altri firmati dall’architetto Macchia e soci.
Meno male che tra tanti avvocati ad personam, difensori degli scempi, c’è ancora qualcuno che si batte per difendere la città.
Dato per conosciuto a tutti il sofferto iter amministrativo e giudiziario per quanto riguarda “l’ecomostro”, preso atto della dichiarazione dell’arch. Mastro orti, riportata dalla Prof.ssa de Gregorio( complimenti per l’articolo),in ordine alla dichiarata mancanza di colpa dello stesso, cosa ne pensa quest’ultimo, personalmente, degli impianti a biomasse che si vogliono realizzare a Spoleto, considerato che il 15 12 11 ha apposto la sua firma sulla determina che conclude il procedimento che autorizza l’impianto di Beroide? Non era forse necessario un ripensamento, alla luce della diffida preventiva depositata in Comune il 30 11 11, che ne sottolinea i danni alla salute? Che fretta c’era? Report, questa sera, ci darà una risposta! Grazie per l’attenzione. Simonetta Marucci
Condivido pienamente quanto scritto dalla profesoressa De Gregorio. Credo che sia stato un spettacolo mortificante per la cultura vedere che molti dei peggiori obbrobri della città portino la firma sempre dello stesso architetto e il supporto morale, per esempio nel caso della Posterna, di un noto storico dell’arte. Penso che questo prestare la propria competenza tecnica o la propria erudizione a sostegno di progetti che hanno mortificato il paesaggio locale sia davvero una cosa che merita la disapprovazione civile. Ridicola la richiesta dell’architetto Macchia di avere una via a suo nome.
A me invece, l’idea di una via intitolata all’architetto Macchia da Spoleto, francamente non dispiace.
Fosse anche solo per poter dire, segnalando l’indirizzo: VIA MACCHIA DA SPOLETO.
Complimenti a quanti si battono ancora per riuscire finalmente ad avere una Spoleto senza Macchia.