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Autore: Marina Antonini

Altra cosa è il velo sui capelli che le donne musulmane indossano: obiettivamente non è affatto lesivo della libertà della persona, ti lascia libero il viso e il corpo, fa parte del modo di vestire e rientra nelle scelte personali.

Ma il burka no, è una soffocante, claustrofobica prigione che annulla la personalità della donna, riducendola ad un’ombra senza volto. Nessun rispetto delle tradizioni di una particolare cultura può essere invocato per difendere un’imposizione della cultura maschilista che offende perfino il diritto elementare della libertà di respirare con il proprio naso all’aria  aperta.

A viso aperto, si dice. Coprire del tutto il viso di una persona significa segregare la persona nella sua più intima possibilità di comunicare e interagire con gli altri. E’ un annullamento totale, un assassinio della personalità.

Mi è capitato questa estate di vederne una, in un albergo. Tutta coperta dalla testa ai piedi, neanche gli occhi riuscivi a vederle. E’ arrivato in macchina il suo “padrone”, lei ha caricato le valigie, ha fatto salire i bambini vestiti all’occidentale, e poi è salita lei. Una serva, non ho potuto fare a meno di pensare. Una serva senza corpo e senza viso, una vita sequestrata ad uso e consumo del suo uomo padrone.

Sia chiaro che il maschilismo planetario esprime in tanti modi la cultura della sopraffazione e del dominio nei confronti della donna: c’è l’infibulazione, c’è la lapidazione, c’è il burka, la violenza, la discriminazione, l’annientamento.

Ma ci sono i metodi più sottili, come quelli che esistono in occidente dove ci riempiamo la bocca di diritti (salvo cacciare via i rom quando ci sono le elezioni) e specialmente in Italia, disastrato paese. Abbiamo gli spot che spingono le donne a denunciare le violenze ma non abbiamo una legge che le tuteli, loro e i figli, dopo che hanno denunciato, mettendole così nelle condizioni di rischiare la pelle.

Abbiamo, nei giornali e sulle televisioni, l’opposto del burka (solo come quantità di tessuti utilizzati) ma in fondo equivalente nel significato più profondo:  donne mezze spogliate, umiliate nei corpi nudi quasi grotteschi in omaggio ad una rozza violenta cultura sessuale maschile.

Che le vittime siano consenzienti, nel burka come nell’uso ormai abituale del tanga e delle tette di fuori, o nell’accettare condizioni umilianti, non significa nulla. Le donne sanno che il primo passo  verso l’emancipazione è il più difficile: quello di riconoscersi come vittima, come oggetto, e lottare per diventare soggetto.

Qualcuno ha assistito a uno di quei deliranti dibattiti italiani (ce ne sono tanti) in cui si discuteva se fosse lecito che le donne, per entrare in parlamento, debbano prostituirsi? Molti, intellettuali, politici, giornalisti, non ci trovavano niente di strano, magari con l’argomento che è la donna, padrona del suo corpo, a decidere cosa farne (!)…En passant (vado veloce col telecomando perchè sto diventando a tolleranza zero verso le stronzate) ho potuto vedere Sgarbi (critico d’arte, politico, scrittore) che gridava come un invasato: siii, sono a favore della prostituzione!!!  Viva la prostituzione!!!!

E poi scriviamo fiumi di inchiostro e di retorica sulle adolescenti che si prostituiscono  tramite cellulari, internet, e quant’altro.

Ma come mai???!!!! Ma come sarà potuto succedere????

Attendo fiduciosa la messa al bando in Italia, del burka e di Sgarbi.


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