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dic 262009

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L’Arcivescovo Renato Boccardo ai fedeli il giorno di Natale: “in realtà il mondo rimane duro, impietoso, e noi non siamo più dei lattanti…nella vita bisogna crescere. Siamo spesso una società senza volto”.

Mentre il mondo rimane duro, nella vita bisogna crescere”. È in sintesi il pensiero che l’Arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, ha condiviso con quanti sono saliti nella cattedrale di S. Maria il giorno di Natale. “Se la festa del Natale, ha detto l’Arcivescovo, porta con sé un sentimento di nostalgia e tanta tenerezza, tanti sentimenti che ci commuovono, è perché ci riporta davanti agli occhi l’immagine dell’infanzia più fragile. In essa, noi vediamo insieme la bellezza e l’innocenza, la debolezza dell’esistenza, la protezione che essa esige e l’amore che da tutti reclama. Quello del Natale ci pare il solito rituale perché non sappiamo capire che Cristo ci riempie nella misura in cui noi lo desideriamo. Siamo forse troppo sfiduciati; sfiduciati nelle istituzioni, nell’uomo, nel fratello, e ci stanchiamo, ci rifugiamo nell’anonimato: siamo spesso una società senza volto. Ma se siamo senza volto, Cristo ce ne può dare uno: il suo. Per questo viene in mezzo a noi”.

Il Presule, poi, ha parlato della paura che oggi c’è nel mondo: “paura per un presente inquieto e triste, segnato qua e là anche da sangue e violenza, paura per un domani ancora più incerto ed oscuro. La speranza sembra farsi ogni giorno più debole. Siamo infelici perché non crediamo più che Cristo ci possa salvare, che quel Bambino possa cambiare qualcosa. E quando non si crede più in qualcosa, lo si abbandona o lo si sostituisce con qualcosa di diverso, di più concreto, dalle sensazioni immediate: nasce il vitello d’oro”.

Mons. Boccardo ha sottolineato la durezza del mondo attuale, in quanto troppo forte è il contrasto fra una tale nostalgia e la realtà. “Vorremmo che il mondo, ha detto, fosse come l’amore di una madre per il suo bambino. E ci meravigliamo che non sia così. E se ci commuoviamo nel giorno di Natale, è per aver sognato, lo spazio di una notte o di un’ora, che potrebbe essere così. Mentre in realtà il mondo rimane duro, impietoso, e noi non siamo più dei lattanti. Anche i lattanti, infatti,  cessano un giorno di esserlo, perché nella vita bisogna crescere… Crescere, diventare grandi, vuol dire accettare la propria solitudine, accettare che il mondo non sia fatto così bene come vorremmo e che i nostri sogni non siano la realtà di ogni giorno. E malgrado ciò, vivere, vivere bene, vivere sapendo perché si vive. Non è dunque, quello che stiamo celebrando, l’istante di sogno in cui ridiventiamo come infanti ma, al contrario, è l’istante più profondo e più reale di ogni vita. Come il Bambino nato da Maria, così anche noi dobbiamo nascere dall’alto, essere messi incessantemente al mondo dall’amore di Dio, riceverci da lui e ricevere lui; essere come generati, accolti e nati dalla potenza che viene dall’alto”.

Francesco Carlini – Ufficio Stampa Diocesano


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